Nuovi comportamenti
Emanuele Schmidt
Ogni innovazione richiede l’adozione di nuovi comportamenti. Le organizzazioni restano al palo se le persone continuano a fare quello che hanno sempre fatto.

Il contesto competitivo costringe le aziende a ripensare continuamente la relazione con i clienti, i prodotti, i processi, le tecnologie, i modelli di business, i valori, le alleanze, gli assetti proprietari. I cambiamenti, piccoli o grandi, incrementali o radicali, rappresentano ormai la normalità: sono in gioco la salute e il futuro delle aziende.

 

Che ruolo svolgono le persone in tutto questo?
Da un lato sono protagoniste dell’ideazione, sperimentazione e validazione del nuovo, con un contributo individuale maggiore o minore a seconda del ruolo e delle capacità di ognuno. Dall’altro sono invitate ad adottare modi di lavorare coerenti con i cambiamenti desiderati, e questo riguarda tutti, a tutti i livelli.

 

Per le persone l’apprendimento può essere più o meno impegnativo, a seconda delle dimensioni del cambiamento e della distanza dalla situazione precedente: più facile quando si tratta di acquisire nuove routine o familiarizzare con strumenti diversi (fare meglio quello che hanno sempre fatto); più difficile quando devono abbracciare innovazioni più impattanti nell’approccio verso il cliente, nei processi, nei prodotti o servizi offerti (fare in modo completamente diverso).
In ogni caso, se dopo un ragionevole lasso di tempo i nuovi comportamenti non saranno praticati sistematicamente dalla maggioranza delle persone interessate, i risultati non arriveranno – o almeno non nella misura desiderata. I processi di adozione di nuovi comportamenti danno dunque un contributo fondamentale al successo delle aziende.
Il mercato ha capito che sono strategici.

Adozione

La tecnologia gioca spesso un ruolo primario nell’innovazione di prodotti, servizi e processi.

Propongo un esempio dal mondo della ricerca medica, analogo per molti aspetti a quello che succede quotidianamente nei laboratori, nelle fabbriche e negli uffici di tutto il mondo.

 

Secondo Wikipedia, la video-laparochirurgia è nata ufficialmente nel 1987 per merito del chirurgo francese Philippe Mouret. In realtà la prima  laparoscopia su un cane è del 1902 e a questa sono seguite altre sperimentazioni, fino ad arrivare nel 1950 alla prima pubblicazione sull’argomento. In questo periodo pionieristico vari medici, in diverse nazioni, sperimentarono la nuova tecnica (Wikipedia cita Palmer, Semm, Clarke, Lindermann), spesso contrastati dai loro rispettivi ordini dei medici, ma per qualche motivo è comunque Mouret il nome di riferimento, lo snodo tra un “prima” e un “dopo”.

 

Quando la nuova tecnica si impose, furono gradualmente modificati i protocolli per eseguire diverse operazioni chirurgiche. La loro diffusione, che ha richiesto tempo e investimenti in formazione e tecnologia, è stata un lungo processo al quale i medici “normali” (quelli che non avevano ideato e testato per primi i protocolli) hanno partecipato inizialmente adeguandosi, successivamente perfezionando le metodologie attraverso il loro uso ripetuto.
Dopo la fase pionieristica, la massa critica che si è generata grazie al fatto che tutti facevano “nel nuovo modo” ha innescato un processo di miglioramento continuo che è tuttora in corso e che si concluderà solo se questa prassi verrà soppiantata da un’altra.

 

In questo esempio le resistenze degli ordini dei medici sembrano un dettaglio, ma in realtà ci parlano di una caratteristica fondamentale del processo di adozione: oltre a comprendere la novità proposta (prerequisito di ogni cambiamento), perché ci sia adozione è necessario che le persone condividano il nuovo.
I vertici degli ordini dei medici avevano capito (forse), ma non erano d’accordo.

 

[…]

Inserisci la mail per scaricare l'insight completo